Da qualche giorno anche in Italia quanto circoscrivibile al citizen journalism (e Twitter nella sua accezione divulgativa-giornalistica) è un fenomeno consacrato. Negli USA lo era da tempo, ed anche qui nel giro di pochi giorni il giornalismo tradizionale lo ha avvicinato, ne ha parlato, e lo ha portato ripetutamente sugli schermi televisivi.

La matrice della consacrazione è stata la rivolta in Iran, durante la quale l’unica informazione possibile, tramite la quale cercare di ricostruire il putiferio di quelle giornate di scontri, era costituita dai 500/600 messagini da 140 caratteri che ogni minuto i presenti inviavano a Twitter, e dai video e dalle foto pubblicate online su YouTube e blog. Senza questa informazione, non ci sarebbe stata alcuna informazione, e allora poco importa se in primo piano non ci sono ometti e donnine imbellettate riprese da telecamere ad alta definizione. Il sangue è sempre sangue, le grida ed il dolore è sempre quello, la paura che trapela da un messaggino non è qualcosa di travisabile.

A pochi giorni di distanza un video amatoriale, registrato da due ragazzi in motorino negli immediati istanti che hanno seguito la tragedia di Viareggio, è stato un intero servizio al TG1 delle 13.20.

Qualcosa è cambiato o sta cambiando.

Dai visibilità al problema: