Strategie Web, gestione di progetti, business
16 apr
Al Festival Internazionale del Giornalismo c’è stato un bel panel volto a presentare alcune attività editoriali online che per qualche motivo possono considerarsi “diverse” da quelle canoniche. Esperimenti. Non entro nel merito di uno o dell’altro progetto, quello che è stato interessante è stato vedere i fautori di iniziative editoriali diverse confrontarsi sui fattori di diversità che intercorrono tra i loro progetti, per mezzo di argomentazioni decise, ponderate, sensate. Insomma, ognuno era preparato su quello che sosteneva, convinto. Fatta questa piccola introduzione mi addentro nel dibattito che più ha acceso la sala: il modello di business. E lo faccio entrando nel merito di una possibile strada.
Paola Bacchiddu di Linkiesta ha infatti rivelato di avere in mente per il suo portale un modello fremium, dove i contenuti più elaborati vengono fatti pagare ai lettori. Questa affermazione ha scaldato la sala. Bene, io sono convinto che il modello dei contenuti a pagamento possa esistere, ma non per l’acquisto di un blog post. Non c’è possibilità di vendere un articolo. C’è però possibilità di vendere un prodotto editoriale, che si ripresenta con cadenza settimanale/mensile/ecc e composto da più argomenti elaborati ed aggregati in maniera sensata ed intelligente. Questo è un prodotto vendibile in Rete.
Dire che se si scrive un contenuto di alta qualità per una nicchia (esempio: il mercato della Moldavia), questo è facilmente vendibile in rete perchè ci sarà chi per professione necessita di monitorare quei mercati e quindi è disposto a pagare quel contenuto è una cosa sensata. Ma sul singolo contenuto non funziona. Funziona invece produrre un contenuto elaborato, composto da più articoli di qualità , aggregati tra loro in maniera intelligente. Fruibile magari in diversi formati, da podcast a formato tablet/iPad, e fruibile da mobile. Questo se il contenuto merita, può funzionare.
18 gen
Collaborare con il progetto Working Capital di Telecom mi sta permettendo di seguire da vicino numerosi progetti imprenditoriali e di vedere, per ciascuno di questi, l’elevator pitch con il quale i suoi ideatori lo hanno presentato a Telecom durante i vari barcamp. Ebbene, mi sono trovato difronte a pitch accattivanti e ad altri pieni zeppi di errori. Guardarli mi ha aiutato a delineare alcune linee guida, che condivido qui con voi.
Non appena si legge che Telecom offre a ciascuno uno spazio di 3 minuti per presentare il proprio progetto, spesso alla gente si rizzano i capelli. Non dev’essere così, tre minuti sono 180 secondi, ce n’è d’avanzo. Bisogna iniziare con l’esposizione del problema: “Oggi c’è questo problema” e cercare di rendere tale problematica alla portata di tutti, farla sentire come propria a ciascun ascoltatore, che deve condividerla o al minimo comprenderla. A questo punto si parla della soluzione. Cosa è stato ideato per risolverlo? Come? Da Chi? Per quanto riguarda il team che sta dietro al progetto, si tratta di una spetto interessantissimo ai fini della buona riuscita del progetto – e sul quale gli investitori sono soliti fare molta attenzione – ma non è questo il momento di perdersi in elogi ed (auto-)celebrazioni: quello che importa alla platea è solo sapere se il team ha le competenze necessarie alla messa in atto del progetto.
Viene poi la parte dedicata al business, che deve essere trattata. Come si pensa di macinare ricavi dal progetto? Le idee vanno esposte rapidamente, in frasi brevi, concise. Se ci saranno dubbi verranno affrontati nelle domande.
Restano ancora 60 secondi. E’ necessaria una piccola analisi di mercato: cosa c’è di simile al progetto che si vuole approntare (competitors)? Infine, i 40 secondi finali vanno dedicati alla richiesta: cosa si chiede a chi ci sta ascoltando? Quale tipo di aiuto?
Sembra impossibile riuscire a stare nei tempi? Non lo è. L’importante è eliminare le pause dovute all’insicurezza ed all’emozione (“hemmm”, “humm”, “eeeeeeeee”) e frasi ridondanti. Per riuscire a fare tutto ciò è necessaria una solida preparazione. E qui casca l’asino: imporre tempi brevi è uno stratagemma ideato dagli ascoltatori non soltanto per ottimizzare i tempi, ma anche per avere un primo feedback circa la competenza della persona che si ha difronte. Un buon pitch dimostra che c’è stata preparazione, quindi voglia di fare, quindi determinazione e competenze.
Questi sono i miei consigli, che vanno mixati a quanto affermato da Luca in questo suo bel post.
8 gen
Oggi sul blog del Working Capital di Telecom ho parlato del progetto di Vincenzo Di Biaggio. Cosa dire: l’idea di fondo è in grado di mettere in contatto i produttori solo ed esclusivamente con gli utenti che in quell’istante sono alla ricerca di un qualcosa che loro vendono. Ottimo, un sogno. Ma bussa alla porta il non esiguo problema della scalarità.
Come può un simile prodotto gestire un’ondata di accessi, un’ondata di desideri? E come fa un venditore a gestire personalmente, uno ad uno, l’ondata di desideri inerenti ai propri prodotti? Può funzionare per piccoli store e piccole marche. Ma pensate al desiderio “scarpe”. Io ci vedo un macello. Ma magari semplicemente Vincenzo non ha avuto il modo ed il tempo di spiegarci come pensa di affrontare questa difficoltà. Ecco, questa sarebbe stata la mia domanda.
30 dic
Oggi sul blog del Working Capital ho parlato del progetto presentato da Francesco Galella. Si tratta di un’idea originale, ma che secondo me non tiene conto di un’importante fattore: un’utenza di riferimento estremamente eterogenea. Parla di un mercato di potenziali clienti di decine di migliaia di stabilimenti in Italia, senza però valutare il fatto che buona parte di questi sono per lo più popolati da persone anziane, totalmente analfabete in termini di tecnologia (non sono tutti sulla riviera romagnola, dove i giovani sono in netta maggioranza).
Inoltre i piccoli stabilimenti difficilmente decideranno di ricorrere ad una simile soluzione: spesso si basano su forti rapporti personali con i clienti, che non richiedono la necessità di prenotare il proprio ombrellone tramite Internet. Resta il mercato dei grandi stabilimenti balneari, che però si trovano davanti ad un altro concreto problema: accanto ai costi dell’impianto proposto da Francesco vanno aggiunti quelli per dei veri e propri camerieri che portano i piatti ordinati agli ombrelloni. Trattandosi di grandi stabilimenti non è un costo irrisorio, dal quale però non è possibile prescindere.
7 ott
Era nell’aria, e leggendo Gigi è arrivata la conferma che aspettavo già da qualche mese: la pubblicità online è entrata in negativo, con una contrazione del 5% nei primi sei mesi del 2009. Accade negli USA, ma dal momento che tutto da troppo tempo inizia da là ed arriva di qua, consiglierei l’attenzione.