DelfinsBlog (Guido Arata)

Strategie Web, gestione di progetti, business

Collaborare con il progetto Working Capital di  Telecom mi sta permettendo di seguire da vicino numerosi progetti imprenditoriali e di vedere, per ciascuno di questi, l’elevator pitch con il quale i suoi ideatori lo hanno presentato a Telecom durante i vari barcamp. Ebbene, mi sono trovato difronte a pitch accattivanti e ad altri pieni zeppi di errori. Guardarli mi ha aiutato a delineare alcune linee guida, che condivido qui con voi.

Non appena si legge che Telecom offre a ciascuno uno spazio di 3 minuti per presentare il proprio progetto, spesso alla gente si rizzano i capelli. Non dev’essere così, tre minuti sono  180 secondi, ce n’è d’avanzo. Bisogna iniziare con l’esposizione del problema: “Oggi c’è questo problema” e cercare di rendere tale problematica alla portata di tutti, farla sentire come propria a ciascun ascoltatore, che deve condividerla o al minimo comprenderla. A questo punto si parla della soluzione. Cosa è stato ideato per risolverlo? Come? Da Chi? Per quanto riguarda il team che sta dietro al progetto, si tratta di una spetto interessantissimo ai fini della buona riuscita del progetto – e sul quale gli investitori sono soliti fare molta attenzione – ma non è questo il momento di perdersi in elogi ed (auto-)celebrazioni: quello che importa alla platea è solo sapere se il team ha le competenze necessarie alla messa in atto del progetto.

Viene poi la parte dedicata al business, che deve essere trattata. Come si pensa di macinare ricavi dal progetto? Le idee vanno esposte rapidamente, in frasi brevi, concise. Se ci saranno dubbi verranno affrontati nelle domande.

Restano ancora 60 secondi. E’ necessaria una piccola analisi di mercato: cosa c’è di simile al progetto che si vuole approntare (competitors)? Infine, i 40 secondi finali vanno dedicati alla richiesta: cosa si chiede a chi ci sta ascoltando? Quale tipo di aiuto?

Sembra impossibile riuscire a stare nei tempi? Non lo è. L’importante è eliminare le pause dovute all’insicurezza ed all’emozione (“hemmm”, “humm”, “eeeeeeeee”) e frasi ridondanti. Per riuscire a fare tutto ciò  è necessaria una solida preparazione. E qui casca l’asino: imporre tempi brevi è uno stratagemma ideato dagli ascoltatori non soltanto per ottimizzare i tempi, ma anche per avere un primo feedback circa la competenza della persona che si ha difronte. Un buon pitch dimostra che c’è stata preparazione, quindi voglia di fare, quindi determinazione e competenze.

Questi sono i miei consigli, che vanno mixati a quanto affermato da Luca in questo suo bel post.

Consigli su come gestire un team

Sul blog del Working Capital è online un articolo molto interessante, che spiega come gestire un team ed i suoi equilibri interni. Ne consiglio la lettura.

Oggi sul blog del Working Capital di Telecom ho parlato del progetto di Pancrazio Auteri. L’idea è interessante e riguarda un mercato potenzialmente molto vasto e pertanto merita di essere valutato con attenzione.

Ho un consiglio per Pancrazio: pensare a stringere partnership con i già esistenti portali che danno visibilità ad artisti e band emergenti. Perchè? Perchè sennò si può verificare con frequenza che la piccola band di quartiere non riesca a raccimolare i fondi necessari alla produzione dei propri dischi in quanto il proprio pubblico è troppo limitato. Stringere un accordo con AmieStreet o StrumbleAudio permette invece di proporre su questi portali – ormai conosciuti e trafficati – il supporto alla band. Se Pancrazio è interessato ad approfondire sono come sempre disponibilissimo, un’idea tira l’altra.

Oggi sul blog del Working Capital di Telecom ho parlato del progetto di Alessandro Alemanno. Consiglierei ad Alessandro di rivalutare la genuinità della propria idea, sia in chiave di mercato e di ritorno dell’investimento sia in chiave di utilità .

Primo punto – Quanto può costare il cambiare le cabine con altre totalmente nuove? A quanto ammontano le spese di manutenzione (non vanno scordate, possono verificarsi guasti e necessità di interventi di tecnici, e questi interventi devono essere rapidi, su tutto il territorio italiano). Troppo.

In ogni caso – ed arriviamo al secondo punto – mi chiedo: perchè se ci sono YouTube, Vimeo & Co una persona dovrebbe andare in una cabina posta in un luogo pubblico a registrare il proprio video? La risposta di Alessandro penso sarà: perchè così il proprio video finisce all’attenzione di partners interessanti. Ok, ma il limitare il raggio di azione dell’utente allo spazio di una cabina non è poco influente sul video. Così come l’essere posta in un luogo pubblico, dove passa gente. Insomma, in quanti andrebbero ad utilizzarla?


Oggi sul blog del Working Capital di Telecom ho parlato del progetto di Vincenzo Di Biaggio. Cosa dire: l’idea di fondo è in grado di mettere in contatto i produttori solo ed esclusivamente con gli utenti che in quell’istante sono alla ricerca di un qualcosa che loro vendono. Ottimo, un sogno. Ma bussa alla porta il non esiguo problema della scalarità.

Come può un simile prodotto gestire un’ondata di accessi, un’ondata di desideri? E come fa un venditore a gestire personalmente, uno ad uno, l’ondata di desideri inerenti ai propri prodotti? Può funzionare per piccoli store e piccole marche. Ma pensate al desiderio “scarpe”. Io ci vedo un macello. Ma magari semplicemente Vincenzo non ha avuto il modo ed il tempo di spiegarci come pensa di affrontare questa difficoltà. Ecco, questa sarebbe stata la mia domanda.

Guido Arata

Guido Arata collabora con Jack (mensile edito Gruner+Jahr/Mondadori), Il Sole24Ore, Telecom Italia. Esperto di comunicazione web cura il blog Tweetblog per Blogosfere, e gestisce il canale Blog del portale JackTech. L'esperienza maturata sul campo lo porta ad essere startupper e web project manager


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